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Chi siamo?
Essenzialmente GIOVANI. Studiamo e lavoriamo.
Viviamo gioie, inquietudini, sofferenze.
Abbiamo tante domande nel nostro cuore e cerchiamo qualche risposta…
Perché “I CARE”?
Per condividere anche con TE la nostra ricerca, quello che pensiamo e facciamo… Ci interessa incontrarti, ascoltare la tua opinione, le tue riflessioni, le tue domande…
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5 luglio 2010
Il Mercatino dei Libri Usati
Anche quest'anno puoi vendere e acquistare i testi scolastici delle MEDIE e SUPERIORI a metà prezzo + 1 €.
Dove?
Oratorio S. Zeno, via C. Terni 24, Treviglio (Bg)
Quando?
MEDIE: - dal 24 giugno al 17 luglio - dal 1 al 11 settembre
Tutti i giovedì (ore 10-12), venerdì (ore 10-12) e sabato (ore 10-12 e 15-18)
SUPERIORI: - dal 15 al 24 luglio - dal 1 al 18 settembre
Tutti i giovedì (ore 10-12), venerdì (ore 10-12) e sabato (ore 10-12 e
15-18)
| inviato da S.Zeno Giovani il 5/7/2010 alle 10:35 | |
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7 maggio 2010
Ogni cosa è illuminata
Ogni cosa è illuminata

Anno: 2005
Titolo Originale: Everything is illuminated
Durata: 102
Origine: USA
Colore: C
Genere: AVVENTURA, COMMEDIA
Specifiche tecniche: 35 MM
Tratto da: romanzo di Jonathan Safran Foer
Produzione: WARNER INDEPENDENT PICTURES, TELEGRAPH FILMS, STILLKING FILMS
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Data uscita: 11-11-2005
Regia: Liev Schreiber
Attori: Elijah Wood (Jonathan)
Eugene Hutz (Alex)
Laryssa Lauret (Lista)
Jonathan Safran (Foer)
Stephen Samudovsky (Nonno di Jonathan)
Boris Leskin (Nonno di Alex)
Zuzana Hodkova (Mamma di Alex)
Soggetto: Jonathan Safran Foer
Sceneggiatura: Liev Schreiber
Fotografia: Matthew Libatique
Musiche: Paul Cantelon
la Trama:
Alex, un ragazzo americano di religione ebraica, un giorno, dopo aver ascoltato tante volte suo nonno raccontare storie della guerra e della follia nazista, decide di partire per l'Ucraina per andare a cercare l'uomo che un giorno di sessanta anni prima ha salvato la vita a suo nonno. Cosa succede se le sole persone in grado di capirlo un po' nel villaggio - un suo quasi coetaneo e suo nonno "cieco vedente" accompagnato da un cane psicopatico - parlano un inglese bislacco e incomprensibile? Alex intraprende il viaggio che lo porterà a comprendere l'importanza della memoria e l'assurdità dell'olocausto, la funzione dell'amicizia e il valore dell'amore...
Analisi del film:
Jonathan è un giovane di età indefinibile che veste sempre di scuro e nasconde ogni emozione dietro un immenso paio di occhiali. Una nota di tristezza stampata nel fisico e in volto, tutto in lui sembra dire che non vive, non sta vivendo. Si prepara a una vita futura, forse. O forse cerca tracce di una vita passata, come indica la sua stravagante collezione di oggetti comuni meticolosamente riposti in bustine trasparenti ed etichettati con data e luogo. Più che un collezionista Jonathan insomma è un archeologo di tipo speciale. Un archeologo del presente, anzi del passato prossimo, che obbedisce a un istinto compulsivo senza sapere perché.
Può sembrare una faccenda noiosa, ma la calda fotografia di Matty Libatique rende l’incredibile collezione appesa al muro nella stanza di Alex emozionante come un romanzo. Un romanzo che non sappiamo ancora leggere, del quale il film appena iniziato ci fornirà le chiavi. Nel giro di poche scene Ogni cosa è illuminata, tratto dall’autobiografico esordio-rivelazione del giovanissimo Jonathan Safran Foer (Guanda), ci porta infatti in Ucraina, dove Jonathan incontra un personaggio che è il suo esatto rovescio. Se Jonathan è un giovane ebreo americano sulle tracce della sua famiglia, Alex è un ucraino ipercinetico e dinoccolato con il mito degli Usa e dell’hip-hop («Più di tutto sconfinfero i film americani, le auto forzute e i negri»). Una specie di Turturro giovane che storpia comicamente l’inglese a ogni frase (eccellente l’edizione italiana); un concentrato di energia e innocenza destinato ad accompagnare Jonathan in un viaggio che invece sarà lento, doloroso, prezioso. Come ogni itinerario di crescita.
Alex e Jonathan (anzi “Jonfen”) però non sono soli. Alla guida della scassatissima pseudo-Trabant che solca le campagne ucraine c’è infatti il nonno di Alex, ufficialmente cieco e decisamente antisemita, mentre sul sedile posteriore ringhia e scodinzola Sammy Davis Jr., Jr., impagabile bastardina battezzata così in onore dei uno dei miti musicali di Alex...
Chi ha letto il romanzo picaresco di Safran Foer, del quale l’esordiente Liev Schreiber adatta una parte minima, ritroverà il singolarissimo mix di comicità e pathos che ne faceva la forza (più riuscita la prima del secondo, forse). E anche chi non l’ha letto capirà ben presto dove ci porta Schreiber col suo stile indiavolato ed eclettico a cavallo fra i Coen e Kusturica. A differenza di tanti film sulla Shoah, però, Ogni cosa è illuminata mette a fuoco soprattutto il presente, il debito di chi c’è nei confronti di chi non c’è più, la ricchezza inestimabile che ogni memoria, anche la più straziante, racchiude. Girato nelle campagne cèche, con attori strepitosi ed ignoti (tranne Elijah “Frodo” Wood), ha il tocco, l’energia, la generosità, che solo le opere prime degli attori hanno, quali che siano le sue imperfezioni. Il suo budget (ridicolo per gli Usa) lo condanna a una carriera marginale. Ma perderlo sarebbe un vero peccato.
Fabio Ferzetti
Da Il Messaggero, 11 novembre 2005
"Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato."
| inviato da S.Zeno Giovani il 7/5/2010 alle 18:21 | |
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4 maggio 2010
The Elephant Man - Approfondimenti
Sintetizzando molto, si può dire che il cinema ha usato il “mostro” (o l’“alieno”, in ogni caso il diverso, l’ignoto) in due prospettive: come catalizzatore e impersonificazione delle paure collettive di una società, oppure come simbolo di “diversità” attraverso cui misurare le scale di valori generalmente accettate. Appartengono al primo caso tutti i più celebri mostri della storia del cinema, in particolare l’ampio filone dei cosiddetti Science Fiction Movies, i film di serie B girati spesso con mezzi di fortuna che ebbero una vera fioritura durante gli anni ’50. All’epoca, la grande psicosi collettiva era il pericolo di un olocausto nucleare, e difatti ogni mostro cinematografico che si rispettasse nasceva da una radiazione o da una mutazione atomica (basti pensare al celeberrimo Godzilla, ideato nel Giappone di Hiroshima e Nagasaki). Un ironico ed affettuoso omaggio al valore catartico degli spaventi che quei film procuravano al pubblico si ha nella commedia Matinée (1993, di Joe Dante), non a caso ambientata durante i giorni della crisi di Cuba. Per comprendere infine quanto il cinema cambi con il cambiare delle paure collettive, basti osservare due versioni del capolavoro letterario La Guerra dei Mondi di H.G.Wells, quella radiofonica del 1938 di Orson Welles, chiara metafora dell’ascesa del partito nazista in Europa, e quella cinematografica di Steven Spielberg, del 2005, in cui l’alieno, de-territorializzato e nascosto nel tessuto stesso della società civile, allude apertamente alla minaccia terroristica di matrice islamica.
Quanto al secondo filone (il “mostro” come semplice “diverso”, una non-minaccia ma avvertita come tale) buona parte della filmografia del regista Tim Burton batte questi sentieri, in particolare in film come Edward mani di forbice (1990), Big Fish (2003) e La Sposa Cadavere (2005), popolati da figure estreme, spesso ripugnanti nell’aspetto, ma miti e di nobili sentimenti. Tra la filmografia di Burton, vale la pena di citare anche Ed Wood (1994), un altro omaggio ai Science Fiction Movies di cui sopra. Oltre a The Elephant Man, risultato più celebre e probabilmente più riuscito del filone, citiamo infine anche Il ragazzo selvaggio (1970) di François Truffaut, in cui il diverso è semplicemente un ragazzo cresciuto in una foresta, che non sa parlare e che agisce come un animale, preso in cura (come in The Elephant Man) da un medico.
È però possibile mettere in correlazione questi film con il più generale filone di quelli che trattano il tema della diversità, sia essa razziale (tra i migliori: Il colore viola [1985, di Steven Spielberg], Mississippi Burning [1988, di Alan Parker], Fa’ la cosa giusta [1989, di Spike Lee] e Gran Torino [2008, di Clint Eastwood]), sessuale (Philadelphia [1992, di Jonathan Demme], I segreti di Brokeback Mountain [2005, di Ang Lee] e Breakfast on Pluto [2005, di Neil Jordan]), o religiosa (Un bacio appassionato [2004, di Ken Loach]).
Molti hanno giustamente sottolineato l’affinità tra The Elephant Man ed i classici della letteratura di Charles Dickens, un autore ben presente anche nel film di David Lynch, non soltanto perché lo scenario storico è lo stesso (l’Inghilterra vittoriana), ma anche perché del grande romanziere inglese il film conserva la tendenza ad occuparsi delle categorie sociali più svantaggiate e vilipese (basti ricordare romanzi come Le avventure di Oliver Twist [1837] o David Copperfield [1850] su tutti).
| inviato da S.Zeno Giovani il 4/5/2010 alle 14:33 | |
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